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sabato 24 luglio 2010 ore 23:55 - Kinemax Gorizia, Sala 2- Ingresso libero

Spazio off: nuovo documentario Italia

LE QUATTRO VOLTE

(IT/GERM/CH, 2010) Regia: Michelangelo Frammartino Soggetto: Michelangelo Frammartino Sceneggiatura: Michelangelo Frammartino Durata: 88'

Cinema pitagorico. Cinema filosofico. Niente che somigli a quanto ci viene proposto in sala normalmente, se si escludono le opere di cineasti altrettanto radicali come Pippo Delbono o Pietro Marcello. Il film di Michelangelo Frammartino – che ne Il dono aveva già fatto capire di che pasta è fatta la sua pratica dell’immagine – narra le quattro stagioni di una vita terrena. L’essere razionale, l’uomo; poi quello animale, una capretta; quindi la vita vegetale, un albero; e quella minerale, la torba. Non si parla di fasi né di reincarnazione né di reviviscenza anche se il film suggerisce che dalla prima morte, quella del contadino che cura una brutta tosse ingoiando polvere consacrata della parrocchia di paese, un “travaso” di vita passi all’animale che ne ha vegliato l’agonia.
Frammartino non mescola documentario e finzione. Va oltre. Nel suo orizzonte ci sono De Seta e Flaherty, ma anche – in qualche forma – Straub o, citando autori recenti, Lisandro Alonso. Le quattro parti in cui è diviso il film si presentano asimmetriche: è sempre il mondo che guida il cinema e non il contrario. Gran parte della realizzazione del film ha riguardato l’attesa: attesa che la natura si comportasse in un certo modo, attesa che le capre facessero certi gesti, attesa che il clima si adeguasse a certe scene, attesa – in sostanza – che il mondo entrasse, con la sua libertà, nell’inquadratura. Nella sequenza più sorprendente di tutte, si fa strada persino una gag: un cagnolino compie un piccolo attentato ai danni di un furgone di muratori, smuove la pietra che lo tiene parcheggiato in discesa, lo fa precipitare in un’aia, poi percorre alcune volte la strada antistante; la macchina da presa lo segue in rigoroso piano sequenza, prima raccontando oggettivamente lo scherzo canino poi oscillando come un pendolo nel riprendere, sorniona, il quadrupede che si muove da un punto all’altro. Una sequenza che sarebbe piaciuta ad André Bazin, rispettosa dell’ontologia del cinema, e della comicità che nasce dalla messa in scena, rispettosa in qualche modo dei tempi degli accadimenti quotidiani.
Il regista, milanese d’adozione, racconta per la seconda volta l’Appennino calabro, e i suoi luoghi ancora pre-moderni, arcaici, dove la vita viene vissuta – nel bene e nel male – con spirito magico e pagano.



Roy Menarini



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